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Category: Un po’ di me

Il primo senso non si scorda mai.

“Avvicinava al naso qualsiasi oggetto. Se qualcuno le avesse chiesto di descriversi con un senso, avrebbe sicuramente scelto l’olfatto.

Da piccola era anche finita in ospedale, dopo aver annusato e aspirato, una sorpresa trovata in un uovo Kinder.

Ricordava i periodi passati della sua vita, non attraverso un calendario fatto di anni, ma di profumi. Una candela, trovata per caso in una casa a Bologna, le ricordava il profumo dolciastro del dopobarba usato da suo padre. Un mazzo di fresie gialle, le faceva tornare alla mente, casa di sua nonna durante la primavera. L’odore del pane appena sfornato, le ricordava la casa dove aveva trascorso i primi trent’anni della sua vita; mentre, il profumo della pelle di un neonato, sua sorella. L’aroma del caffè, era la sua colazione, passata con il naso nel barattolo.

Quella mattina, non poté fare a meno di prendere quel limone tra le mani per annusarlo: aveva l’odore agrodolce di quella volta che, insieme a sua sorella, nella biblioteca dei Girolamini a Napoli, scoprì un chiostro, fatto di alberi di limoni e arance…”

Sono donna. Oggi non festeggiatemi.

Non festeggiatemi solo perché ho i cromosomi XX;

non festeggiatemi perché, nel 2016, ho ancora bisogno di “pari opportunità”;

non festeggiatemi perché posso essere mamma;

non festeggiatemi perché ogni traguardo raggiunto non è la normalità ma l’eccezione;

non festeggiatemi per la mia sensibilità;

non festeggiatemi perché è giusto ricordare un (solo) giorno all’anno.

 

Non festeggiatemi. Festeggiamo domani, tutti insieme.

Così sarà una vera festa. Una vera vittoria.

Lucio Dalla, Bologna e me – cronaca di una conoscenza già annunciata

Prima del 2012, per me Lucio Dalla era uno dei tanti bravissimi cantautori italiani ma non ero una sua fan. Non conoscevo tutte le sue canzoni a memoria o ascoltavo spesso i suoi brani. Avevo lasciato quel ruolo a mia sorella. Ricordo ancora che, in quella prima settimana di Marzo, abbiamo ascoltato Dalla per intere giornate, tutti i giorni ed ogni canzone iniziava e finiva con Aurelia che diceva: come faremo senza altre sue canzoni!

Vidi i funerali di Dalla in televisione, ma non per mio spiccato interesse ma un po’ per curiosità e un po’ perchè mia madre e mia sorella erano davanti la tv. Vedevo una piazza, dei colli lontani e dei portici come cartoline di un luogo a me sconosciuto e che forse, un giorno, avrei visitato da turista (mia sorella per anni mi ha detto “Bologna è la città giusta per te” ed io ogni volta le rispondevo “ma non so…Bari è la mia città, però un giorno ci andiamo”).

Mentre vedevo quelle immagini pensai ad un ragazzo, un certo Lorenzo di Bologna, mi dissi “chissà dove sarà, chissà se è anche lui in mezzo a quella folla o come me è davanti la televisione, a guardare la sua città dall’alto”. Ricordo di aver mandato un messaggio a quel “Lorenzo di Bologna” e d’aver scoperto che non era in piazza Maggiore, non era davanti la tv ma stava comunque guardando Bologna dall’alto; la guardava da San Luca, si era fermato prima di un giro in moto tra i colli bolognesi.

A Marzo 2012, non avrei mai pensato che dopo pochi mesi Bologna, Lucio Dalla e quel Lorenzo in giro con la moto per i colli, sarebbero diventati a me così tanto familiari che avrei iniziato a vivere tra Ba e Bo.

Io e la mia insonnia siamo una coppia di fatto

Soffro di insonnia, ci convivo da anni, ormai non so neanche più quanti. Ci convivo come si potrebbe convivere con un amante segreto, di notte e da sola.

Nel vano e ossessionante tentativo di addormentarmi, perché “chi soffre di insonnia ha un’unica ossessione, addormentarsi ”, come diceva Titta Di Girolamo ne “Le conseguenze dell’amore”, ho cercato diversi metodi per far pace con il letto. Ho provato i metodi più classici come tisane a base di camomilla, passiflora, melissa e chi più ne ha più ne metta e ho anche contato pecore che, puntualmente, si sono addormentate. Ho passato notti intere in bagno a leggere  le etichette di tutti, ma proprio tutti, i prodotti conservati nei mobili: bagnoschiuma, shampoo, collutorio, latte detergente, creme ma il risultato è stato sempre lo stesso: niente sonno. In compenso ho una gran cultura sulle composizioni chimiche.

Tempo fa, decisi di dedicare la notte ai piaceri del palato altrui e per qualche mese ho preparato muffins al cioccolato per la colazione del giorno dopo, quella che non avrei fatto stremata dalla notte insonne ma che avrebbe allietato l’inizio di giornata dei mie genitori e di mia sorella. Il periodo “master chef” notturno però è durato poco.

D’estate, le lunghe ore di veglia forzata mi hanno portano a scoprire realtà parallele. Due anni fa per esempio, ho capito che la mia vicina (o vicino di casa) ha una vita sessuale molto attiva o almeno lo era in quel periodo. Le finestre aperte per il caldo non lasciavano nulla all’ immaginazione sonora.

Ultimamente, per addormentarmi, mi sono lanciata verso metodi più tecnologici. Ho scaricato un’applicazione  che riproduce diversi suoni dell’ambiente ed ho scoperto che c’è chi si addormenta ascoltando il traffico della città, il rumore cupo di una aspirapolvere o il girare delle pale di un ventilatore…ed io che pensavo d’essere strana

Devo ammettere però che c’è una persona che riesce a tenere i miei pensieri ancorati per terra e che, standomi accanto, mi fa capire che il letto non mi deve far paura. Aspetto lui per dormire e nel frattempo continuo ad ascoltare il russare di qualcuno che mi ha fatto da colonna sonora anche mentre scrivevo

Lamento di una giovane disoccupata che sembra occupata

Da un mese ho compiuto 34 anni, sembrano tanti ma dicono li porti bene ed io voglio crederci.

Da piccola, quando pensavo ai miei 30 anni, mi immaginavo con un lavoro e forse una famiglia (ahimè mettevo già il lavoro prima di tutto) e a chi mi chiedeva: cosa vuoi fare da grande? Superata la fase del “voglio fare la ballerina”, ero già pronta con tutù e scarpette a mezza punta, rispondevo “voglio fare la scrittrice”. A quel tempo volevo solo scrivere, trasmettere, raccontare, descrivere, non mi importava di cosa. Quando alla fine degli anni 90, dovetti scegliere l’Università, non ebbi dubbi e mi iscrissi alla Facoltà di Lettere e Filosofia, consapevole del fatto che sarebbe stato difficile trovare lavoro e ad altri bei discorsi da terrorismo psicologico.

Oggi sono laureata da 6 anni e mi ritrovo ad essere una disoccupata che sembra occupata.

Alla domanda: che lavoro fai? Da un pezzo non rispondo più “la scrittrice”, ho abbandonato l’idea i primi anni di Università ma con fierezza ed imbarazzo dico: la progettista culturale, figura mitologica fatta per metà di Business Plan e metà di belleideesenzafinanziamenti. Dopo cinque anni di onorato lavoro però, inizio a chiedermi se ne vale realmente la pena. Si può definire vero lavoro quello che non ti permette d’essere economicamente indipendente, quello che, nonostante i mille sforzi e sacrifici, ti lascia a casa sotto il tetto di mamma e papà anche quando hai l’età giusta per andar via. Non crediate che in questi anni non abbia cercato altro, qualcosa di più “concreto”, come dicono tanti (come se la cultura non lo fosse), qualcosa di meno” choosy”. Negli anni mi sono proposta come commessa, segretaria ma il mio CV mi ha tradito, “troppo titolato” – mi hanno detto – per piegare maglie e rispondere al telefono.

Dopo aver capito che la mia vita non sarebbe stata tra gli scaffali di un negozio o dietro una scrivania, ho pensato di titolare ulteriormente quel CV già “troppo titolato”. Mi sono così imbattuta in master di facciata e  inutili o master interessanti ma assolutamente inaccessibili per chi, come me, non ha il supporto economico necessario. Volutamente non apro il discorso “voglio fare l’insegnante”, perché in quel caso il caos regnava, regna e regnerà sovrano: non ho frequentato la SISS (tolta l’anno in cui decisi di provarla) e quindi sono costretta nel limbo eterno della terza fascia con possibilità di chiamata alle armi dell’insegnamento pari allo 0; non ho partecipato al TFA, acronimo che ricorda più una malattia della pelle che un Tirocinio; non ho potuto provare il Concorsone per direttive ministeriali non ben definite.

“Cerco un centro di gravità permanente” – cantava Battiato – io per ora, cerco un Centro per l’impiego, che ormai di permanente ha ben poco