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McDonald’s: per i giovani, con i giovani

Ora di pranzo. Tutta l’allegra Lion Family seduta a tavola: tv accesa, chiacchiere in libertà. Con la coda dell’occhio guardiamo il programma di turno, intervallato dalla lunga ed estenuante pubblicità che, chissà perché, durante l’ora di pranzo e cena propone: assorbenti con sorridenti donzelle, pannolini pieni di pipì e pupù, medicinali vari per tosse e catarro etc etc…

Bene, nonostante la poco delicata galleria di tutto quello che a tavola non avrei mai voluto sentir parlare o vedere, l’unica pubblicità che è riuscita a togliermi l’appetito è l’ultima della McDonald’s.

Si, proprio quella che mostra allegri giovani (poco choosy e molto laureati) in cucina mentre friggono patatine.

Si, proprio quella che dice che i lavoratori (giovani) da McDonald’s fanno turni di notte e nei week-end. Per la serie: tanto la vita puoi attendere.

Si, proprio quella che si vanta della puntualità dei pagamenti mensili. Una busta paga mcdonaldsiana media è di 500 euri (sticazzi direbbe qualcuno – scusate il francesismo)

Si, proprio quella che dice che il 90% dei dipendenti (giovani) è a tempo indeterminato. Un finto dipendente, ammicca alla telecamera, preparando una non ben identificata piadina, con un allegria così finta  che, fa sembrare vere anche le labbra a canotto della Santanchè.

Si, proprio quella che sottolinea come a 27 anni si possa diventare direttore di un ristorante. Appunto, di un ristorante, non di una catena di fast food, dove la parola cibo (sano) è assolutamente sconosciuta.

Si, proprio quella che dice che loro, quelli di McDonald’s, credono nell’Italia e danno lavoro a più di 16.000 persone (giovani) e assumeranno almeno altri 3000 giovani  nei prossimi tre anni.

Si, proprio quella in cui si abusa del termine lavoro e viene sbattuta in tv una realtà che non c’è e che mostra finte opportunità per i (tutti in coro)…giovani.

Siete disposti a farvi ingannare? Io…

NO!

Si può scegliere

Si può scegliere d’essere cicala o formica; mare o montagna; nuvola o cielo sereno; sole o pioggia.

Si può scegliere se correre verso una meta precisa o camminare godendosi il paesaggio; cantare o urlare; amare o odiare.

Si può scegliere di restare seduti o viaggiare; conoscere o ignorare; creare o imitare; rischiare o accontentarsi del certo; cambiar casa o non traslocare mai.

Si può scegliere di chiudere una porta per poi aprire un portone o chiudersi una porta alle spalle per non aprirne altre.

Si può scegliere di conservare una foto o scattarne di nuove; di donare opportunità rinunciando alle proprie priorità.

Si può scegliere di scegliere o far finta di nulla ed andare avanti dicendosi: tanto il tempo metterà tutto in ordine, consapevoli che quel tempo…forse, non arriverà.

 

 

Volevo fare la Madonna

La lenta digestione post pranzo di Natale, mi ha fatto tornare alla mente, le recite scolastiche natalizie. Dai 5 ai 10 anni, dalla seconda metà di novembre, prima di uscire di casa per andare a scuola, tutti i giorni mi guardavo allo specchio, sperando di trovare somiglianze con l’immagine diafana della Madonna ritratta sui santini.

A scuola osservavo le mie ipotetiche rivali facendo un’ideale classifica delle aspiranti Madonne; escluse le bimbe con i capelli più corti dei miei (da sempre la Madonna ha una lunga chioma), a preoccuparmi maggiormente erano le bambine dall’aspetto etereo, quelle che sembravano nate per “essere Madonna”.

La notte prima dell’assegnazioni del ruoli, mi addormentavo con il grande desiderio di svegliarmi il mattino seguente bionda e con gli occhi azzurri: miracolo che ovviamente non avveniva.

Avere la parte della Madonna, per me voleva dire tanto: significava essere, in modo discreto, la protagonista; avrei lasciato il segno senza proferire parola, solo con la mia presenza. Pensavo e penso ancora che, chi visita un presepe vivente, supera capre, mucche, improbabili centurioni, la galleria degli antichi mestieri (quasi tutti sconosciuti a Betlemme), solo per arrivare davanti alla capanna di Gesù Bambino, dove insieme a San Giuseppe muto, il bambinello muto, il bue e l’asinello muti c’è anche la Madonna muta ma bellissima.

A pochi giorni dalla recita, ogni anno, il mio sogno natalizio, veniva puntualmente deluso, quando, la maestra, scorrendo l’elenco dei nomi per il ruolo della Madonna, non pronunciava il mio. La parte tanto agognata veniva affidata a quella che per me era la bambina più anonima della scuola, che a suo favore, aveva solo degli insignificanti occhi celesti e comunissimi capelli biondi. Le maestre non hanno mai capito che se la scelta fosse ricaduta su di me, avrebbero avuto l’occasione di presentare ai genitori una Madonna alternativa, diversa dal solito canone di bellezza della donna angelicata, una Madonna dalla personalità forte e “al passo con i tempi”, una Madonna mediterranea e paradossalmente più vicina alla realtà. Invece si sono sempre accontentate di seguire un banale clichè.

A quel punto, prima che la maestra finisse di assegnare le parti, sapevo benissimo quale sarebbe stato il mio destino. Le parole pronunciate dall’ insegnante altro non erano che la conferma: angelo presentatore/narratore; avrei recitato per l’ennesima volta nei panni candidi e argentati di un angelo che racconta. Avrei dovuto narrare a tutti la storia di Gesù Bambino, presentando i personaggi e le atmosfera di quella notte (è nato di notte Gesù, vero?); sarei stata al centro dell’attenzione con la parola ed il gesto, non sarebbe bastata la mia sola presenza. A nulla valevano i tentativi di convincimento di mia madre, che con pazienza, cercava di spiegarmi che la parte assegnatami non era per tutti, a me non bastava…io volevo fare la Madonna.

Survivor

Ore 00.00 = è appena iniziato il tanto temuto 21 Dicembre 2012, giorno in cui, secondo Roberto Giacobbo (non è un nuovo profeta ma  solo il vicedirettore di RaiDue), finirà il mondo, in coincidenza con il termine del calendario Maya. Sono in videochiamata Bari-Bologna con L, il padre del blog. Guardiamo fuori dalla finestra. Tutto tace. In cielo nessun ufo, nessun asteroide, nessun angelo dell’Apocalisse, neanche una goccia di pioggia che preannuncia l’arrivo di un nuovo diluvio universale

Ore 09.00 = è mattina, fuori dalla finestra il mondo sembra essere uguale a ieri e da quello che leggo su Facebook e Twitter siamo ancora tutti qui, nessuno manca all’appello.

Ore 11.11 = momento tanto temuto per l’allineamento del sole con il centro galattico. Guardo fuori dalla finestra e oltre al cielo grigio e a delle orrende decorazioni natalizie, per strada non vedo nient’altro.

Ore 17.00 = pomeriggio e qui non si vede nessuno. Non scorgo da lontano nessun copricapo vintage messicano. Ho anche fatto lo shampoo per accogliere lo straniero temporale con un minimo di decoro. Mi sono detta: oh hai dei dolci natalizi da offrire ma devi renderti presentabile, tutte le puntate viste su Real Time di “Cortesie per gli ospiti” dovranno pur servire a qualosa. Non puoi presentarti con il bulbo sporco, risulteresti sciatta.

Ore 21.00 = forse non arriva più nessuno. L’atmosfera mi ricorda il termine di una festa con molti invitati e pochi reali partecipanti.

Ore 00.00 = è appena finito un banalissimo 21 Dicembre ed iniziato un “nonsoancoracomesarà” 22 Dicembre

Ironia a parte alle ore 02.25 del 22 dicembre (soffro di insonnia ebbene si), posso dire con certezza, che oggi non c‘è stata nessuna fine del mondo.

Cosa resta di questa giornata? Resta la paura ancestrale che si è impossessata di noi negli ultimi anni, convincendoci che, il 21 dicembre 2012 sarebbe successo qualcosa di apocalittico. Resta la consapevolezza che l’uomo vuole credere di poter controllare anche la morte e che l’idea di una fine collettiva lo fa sentire meno solo. Resta la presa di coscienza che ormai, la televisione (“Voyager” docet) e il cinema apocalittico americano, influenzano moltissimo l’immaginario collettivo (“The Day After tomorrow”, “Deep Impact”, “2012” sono solo alcuni dei tanti esempi). Resta la constatazione che tutta la comunità cistranese ha grandi doti nella promozione turistica del territorio. Resta infine una riflessione, forse la più storicamente triste: ancora una volta, la grande civiltà e cultura Maya è stata saccheggiata e stravolta dal conquistadores occidentale.

La leggerezza è una cosa seria

L’insostenibile leggerezza dell’essere è il titolo di uno dei libri più conosciuti di Milan Kundera.  Anni fa, decisi di leggerlo, incuriosita dal titolo. L’unione delle parole leggerezza ed essere  mi affascinava: quanto siamo leggeri? Quanto ci prendiamo sul serio?

Spesso spacciamo per “leggero” il nostro modo di essere, ci trastulliamo nel gioco del “nonmiprendotropposulserio” più per autocompiacimento ed opportunismo che per nostra vera indole. Siamo bravi a recitare la parte dell’uomo o della donna “light” quando le regole del passatempo sono le nostre, basta che qualcuno cambi le carte in tavola, ribaltando la situazione e il nostro ego, improvvisamente rivendica una serietà di convenienza. Prendiamo con profonda pesantezza, quello che fino a poco prima, spacciavamo per goliardica leggerezza. Il passatempo che, ci aveva stimolato e stuzzicato, diventa improvvisamente ed inspiegabilmente pericoloso e fonte di ansia: il nostro ruolo sociale prende il sopravvento. Peccato…ma è anche vero che la leggerezza, quella vera, è una cosa seria, non è per tutti