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Ode al tatto

Avete mai provato a non usare il tatto per giorni? Non mi riferisco alla mancanza di delicatezza nei rapporti interpersonali ma ad uno dei sensi, al senso che ci mette in relazione con il mondo esterno attraverso le mani.

Da giorni, giro per casa con dei guantini bianchi (un mix tra l’omino della pubblicità della liquirizia Tabù e Michael Jackson) a causa di una dermatite acuta e sono giorni che tocco il mondo senza in realtà toccarlo. Lo strato di tessuto, tra me e tutto quello che mi circonda, falsa la percezione di oggetti e persone che credevo poter riconoscere anche ad occhi chiusi.

Senza il “mio” tatto le orchidee sul davanzale del bagno sono meno setose e delicate, la pelle di mia sorella meno morbida, le lenzuola del mio letto meno calde e confortevoli, la mollica del pane più difficile da dividere dalla crosta, è impossibile anche mandare un sms o fare una telefonata. Senza il tatto non posso impastare dolci per la colazione, fare una carezza o sentire il tepore della mano della persona che amo. Non posso avvertire il sangue che pulsa velocemente sotto la pelle al cambio repentino di temperatura tra acqua calda e fredda, non riesco a sentire la  ruvida consistenza dei colori a pastello quando cerco di sfumarli su un foglio bianco.

Solo oggi noto che, su ogni singolo polpastrello, c’è un occhio ed una bocca, un orecchio ed un naso.

Immaginate un cieco senza tatto…come comunicherebbe, come vedrebbe, come conoscerebbe?

La cultura è un’altra cosa

Dedicato a Pompei, ai ballerini dell’Opera di Roma e del Teatro alla Scala di Milano, ai musicisti del Petruzzelli, agli archeologi, ai progettisti culturali, a Firenze, a Roma, a Venezia…dedicato al Gran Tour e al Bel Paese.

Ultimi giorni di campagna elettorale; ultimi giorni di sondaggi; di talk show affollati di visi di politici semi-sconosciuti e gambe tolte agli stacchetti; ultimi giorni di adozioni di cani, gatti e alieni; ultimi giorni per poter parlare dei fitti e variegati (?) programmi politici. Ultimi giorni, in cui, ogni candidato, può cogliere l’occasione per parlare dello stato della cultura in Italia.

Pinuccio Tatarella, ai tempi in cui ricopriva la carica di assessore al Comune di Bari, diceva: la cultura è un’altra “coUsa”. La cultura e l’arte per noi italiani sono davvero un’altra cosa, sono dei concetti “X – Files”. I programmi elettorali guardano, solo timidamente, all’arte e alla cultura come fonte di occupazione e se per molti Paesi la cultura è un lavoro…in Italia, beh in Italia no.

In un periodo di profonda crisi economica, con un tasso di disoccupazione elevatissimo, non capiamo, o meglio non vogliamo capire che, la soluzione sta nell’ investire su quello che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni: l’arte, in tutte le sue forme e sfaccettature! Il nostro “Bel” Paese ci permetterebbe di vivere di sola arte. Provate ad immaginare, per esempio, quante figure lavorative servirebbero per l’avvio e l’apertura di un piccolo sito archeologico: archeologi, servizi di sorveglianza, addetti alla biglietteria, guide turistiche etc etc. Nel mondo lavorativo, ritornerebbe  in gioco, un numero elevato e variegato di qualifiche ed esperienze.

Bisognerebbe fare degli investire economici? Certo, ma non ci sarebbero problemi se si decidesse di comprare, per esempio,  un cacciabombardiere in meno, non siamo neanche in guerra. Il circuito che si creerebbe intorno all’arte o alla cultura più in generale, coinvolgerebbe diversi settori. Provate, anche solo per un momento, a pensare a quanti ingranaggi si muoverebbero in sincrono: alberghi, servizi commerciali, ristoranti, bar, produttori di gadget e souvenir, trasporti…

Le mie parole, i miei pensieri, non sono per nulla originali, lo so, sono così scontati e ovvi, da essere entrati nella lista dei luoghi comuni. Tuttavia, chissà perché, dei concetti così alla portata di tutti e, per i quali, non serve una laurea alla Bocconi,  non vogliono essere capiti da chi deve capirli.

Tatarella aveva proprio ragione: la cultura è un’altra “coUsa”

 

Arbeit macht frei

Entrando a Birkenau la sensazione di desolazione è sconfinata. Una terra di nessuno più arida di qualsiasi deserto, dove la morte la respiri, la vivi, ti soffoca, diventa macabra parte della vita.

Noi, turisti in vacanza estiva, arrivammo in quel luogo non-luogo su un pullman, stracolmo di gente ancora stordita dalle enorme quantità di capelli, scarpe, occhiali, cunicoli, racconti, foto, cenere di Auschwitz. Eravamo così tanti che non c’erano posti a sedere, stretti l’uno all’altro, così vicini da diventare un’unica informe massa di gente sudata, che, incredula, si muoveva in uno dei buchi neri della Storia. Vedere fuori dal finestrino era impossibile, ma non importava, capimmo che il nostro breve viaggio era finito quando, le ruote del pullman sobbalzarono all’ incontro con le luttuose rotaie e, noi turisti in vacanza estiva, in quel preciso momento, entrammo in diretto contatto con la Storia come mai in vita nostra. Un lungo interminabile istante, un clic che ricordava delle ossa rotte, turisti in apnea storica. Ricordo ancora la sensazione sotto i piedi, un brivido incontrollato, pelle d’oca.

Arrivai a Birkenau  sotto un cielo di metà Agosto, sfrontatamente azzurro; non avevo stelle di David sul mio braccio, non avevo un numero tatuato sulla pelle, avevo ancora tutta la mia dignità di donna e di essere umano;  sapevo esattamente quando sarei uscita di li, io ero e sono una semplice turista in vacanza estiva.

In principio c’era Farmville

I giochi on-line non fanno per me. Mi distraggo. La grafica colorata, sempre in movimento, con scritte che compaiono qua e là per darmi consigli, spronarmi o ricordarmi quanto sono incapace, non migliorano le mie prestazioni.

Da pochi giorni sono entrata nell’affollato mondo di Ruzzle, il “nuovo” gioco che, può farti sentire out, se non sei dentro la community di sfidanti e sfidati. L’esordio, per mantenere viva la tradizione, è stato disastroso. Nell’ambiente ruzzleliano, le mie performance catastrofiche, sono così famose che, alcuni, mi sfidano per il sadico piacere di vedermi “sconfitta”, optando però (spezzo una lancia a mio favore), per il “mi piace vincere facile ponzipopopopoo”. Nella disperazione da risultato, ho anche cercato di formare parole in latino o termini che neanche all’Accademia della Crusca usano più. Lo so, sono poco giovane e molto classica ma una cosa è certa: riesco a far punti solo quando, con scarsa consapevolezza, unisco lettere a caso, formando termini dal dubbio significato ma previsti (chissà perché) dal vocabolario-Ruzzle.

Ruzzle, non è l’unico gioco on-line a cui mi sono dedicata. In principio c’è stato Farmville: il gioco che ha fatto sentire tutti dei piccoli allevatori e agricoltori. Farmville, per la sua ambientazione bucolica (il riferimento colto, cerco di trovarlo sempre, nobilita il mio fancazzismo), per un po’ mi è anche piaciuto: con la mia salopettina annaffiavo l’orticello biologico (non potevo avere un orto contaminato da pesticidi); raccoglievo l’erbaccia; controllavo le galline e davo loro da mangiare. Piantavo meravigliosi finti alberi di limoni, ciliegie e mele, disponendoli in modo che, i colori dei frutti, fossero complementari tra loro e visitavo quotidianamente i miei vicini di masseria (sono una brava padrona di casa e le regole del bon-ton cerco di seguirle anche nel virtuale). Ricordo che, a Natale, acquistai un bellissimo e maestoso abete, piazzandolo al centro dell’orto, con luci e neve finta (non che il resto fosse vero). Tutto procedeva per il verso giusto, l’azienda era in forte espansione, quando, la situazione mi sfuggì di mano: avevo una masseria troppo grande, non potevo farcela da sola. Con il tempo i maialini e le mucche presero il sopravvento ed iniziarono a riprodursi senza i miei comandi. Giuro d’aver visto, per qualche strana combinazione grafica, maialini e mucche in posizioni che non lasciavano nulla al caso (all’epoca, mia sorella disse, che non poteva che capitare a me una cosa simile). I frutti iniziarono a marcire sugli alberi e le piantine dell’orticello ad appassire…io iniziai a trascurarmi e la bella e linda salopette divenne uno straccio.

La mia esperienza a Farmiville finì con la creazione involontaria della “masseria degli orrori”.

Credo di non essermi ancora ripresa dal trauma da fallimento Farmville, ecco perché non riesco a vivermi con serenità la realtà virtuale ludica.

Il (nostro) primo mesiversario

Il 12-12-12 Sorellanongemella ha emesso i primi vagiti. In 30 giorni molti mi hanno letta, altri snobbato o criticato e sono tantissime le persone che non mi hanno ancora scoperta.

In 30 giorni ho raccontato un po’ di me, ho visitato 7 regioni, visto tramonti, ascoltato un numero indefinito di canzoni, percorso 1700 Km. Ho ripreso a ballare tango e ad andare in palestra, ho capito cos’è il Gangnam style, conosciuto persone e dato vita a pensieri. In 30 giorni ho mangiato tortellini e una quantità di dolci natalizi che (volutamente) lascerò vaga, salutato il 2012 e accolto il 2013, sono ingrassata di 2 Kg e (purtroppo) letto 0 libri.

In 30 giorni il mondo è sopravvissuto ai Maya, ha fatto largo ad un nuovo anno ed ha archiviato il vecchio, fatto scendere milioni di Babbo Natale dai camini, annunciato le nomination all’Oscar, ha manifestato e lottato. In 30 giorni il mondo ha ascoltato preti e politici in delirio e salutato comete e grandi donne.

In 30 giorni, il mio mondo, che poi è anche il vostro, ha continuato a girare…e vi pare poco?