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Sono donna. Oggi non festeggiatemi.

Non festeggiatemi solo perché ho i cromosomi XX;

non festeggiatemi perché, nel 2016, ho ancora bisogno di “pari opportunità”;

non festeggiatemi perché posso essere mamma;

non festeggiatemi perché ogni traguardo raggiunto non è la normalità ma l’eccezione;

non festeggiatemi per la mia sensibilità;

non festeggiatemi perché è giusto ricordare un (solo) giorno all’anno.

 

Non festeggiatemi. Festeggiamo domani, tutti insieme.

Così sarà una vera festa. Una vera vittoria.

Festival di Sanremo: una serenità semplice. Una serenità italiana.

Erano gli anni ’80, ero bambina e per me la finale del Festival di Sanremo era la felicità.

Non conoscevo ancora il significato di nazional-popolare; non capivo a fondo il testo delle canzoni ed ero troppo piccola per poter tifare per un cantante; Twitter non esisteva e la tv si seguiva guardandola, non leggendola.

Aspettavo la finale di Sanremo perchè era di sabato e  il giorno dopo non andavo a scuola; potevo andar a dormire tardi; mamma preparava la pizza e aspettavamo la proclamazione del vincitore tutti insieme nel lettone dei miei genitori.

Mio padre, con una complicata operazione (roba da trasloco), riusciva a trasferire la tv dalla cucina alla camera da letto e dopo averla posizionata su una sedia, sfidando qualsiasi legge di gravità, stavamo li…ad ascoltar canzoni e a sonnecchiare un po’.

Una serenità semplice…una serenità, nel bene e nel male, tutta italiana.

La mia canzone del Festival di Sanremo? Almeno tu nell’universo

Avevo solo dieci anni quando Mia Martini, cantò con tutta la sua disperata malinconia “tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo” sul palco dell’Ariston.

Avrei capito il testo solo molti decenni dopo ma da quel momento, iniziai a comprendere la necessità, senza età, di avere un punto fermo nell’universo.

In morte del cinema Armenise

La sala di un cinema per me è come una chiesa.
Forse esagero ma, una volta varcata la pesante e polverosa tenda blu, inizia un rapporto esclusivo tra me e l’odore ovattato di moquette; i discorsi sordi dei miei vicini di posto e il gioco del “chi si siedera’ dove”.

Mi piace annusare in silenzio il sapore caldo e bruciato dei pop-corn e individuare nello spazio il profumo che, per quella sera, farà da colonna sonora olfattiva al film (eh sì…per me ogni film ha un odore e spesso e’ quello del mio vicino di posto…quindi lavatevi please!).

Amo le musichette introduttive dei film, per intenderci quelle delle case di produzione; stramba come cosa lo so, ma quegli stachetti mi ricordano l’euforia dei sabati pomeriggio di quando andavo a scuola; il giorno successivo era festa, si usciva dall’ordinario e si poteva fantasticare su come sarebbe stata la giornata.

Mi diverte anche l’intervallo tra il primo ed il secondo tempo quando, meta’ sala resta al buio e, tra l’indecisione generale e l’imbarazzo per tornare a vedersi dopo un ora di penombra (come dopo un momento di intimità in una coppia), quasi tutti contemporaneamente decidono di andare in bagno ( e tutti, altrettanto contemporaneamente, decidono di tornare dal bagno proprio quando il film è appena iniziato, con conseguente sconvolgimento delle file e piedi pestati e “mi scusi” e ” non trovo più il mio posto” e “accendi il display del telefonino così almeno vediamo i numeri sulle poltroncine”).

Ecco, per me il cinema e’ un pezzo di vita che condivido con dei perfetti sconosciuti che, per un incastro di momenti, vivono con me la vita di altri perfetti sconosciuti, sia in platea che sullo schermo.

Quando chiude un cinema quindi, non è solo una sala che non c’è più ma viene a mancare anche la possibilità di incastrarsi, conoscere e fantasticare su altre storie.

Perchè non potrò mai essere Anastasia Steele

Non potrò mai essere Anastasia Steele…

- perché non potrò mai essere la protagonista di un libro che, altro non è, la copia un pizzico più hot e con una copertina più figa, di un banale e comunissimo Harmony

- perché su di me il cliché dell’uomo bello, ricco e famoso non ha mai fatto presa. A me piacciono magri magri e con uno stile “ad un passo dalla tomba” – come ama definire mia sorella questa prima tipologia o con la pancetta e in formato 3D, quelli che ti fanno sentire sempre in compagnia di un bodyguard (sono così rassicuranti)

- perché dall’altra parte della scrivania, al posto di comando, ci sarei io

- perché sono stanca dell’idea della donna sottomessa all’uomo

- perché molto mascolinamente credo che, Antonello Venditti, si sbagliava quando scriveva “non c’è sesso senza amore”. Da donna non finirei per innamorarmi del tipo che, diciamocelo, con tutti i mezzi di comunicazione, compresi i piccioni viaggiatori, ti fa intendere, neanche tanto tra le righe: “voglio solo portarti a letto”

- perché le pratiche sadomaso sono troppo per la mia indole virginiana. In quei momenti penserei a tutte le catastrofi che potrebbero accadere mentre sono bendata, legata a letto e in tutina di latex. Va a fuoco la casa, con la tutina so cavoli, quella è di plastica; un terremoto, come faccio a scappare se sono legata; una invasione di cavallette, bendata non le vedrei arrivare. Solo per fare degli esempi.

- perché se devo fare la gatta morta, sceglierei un nome più languido di Anastasia. Che so’…mi chiamerei Charlotte: francese, nobile, elegante e per nulla da porcona

- perché all’età di Anastasia non ho finto di essere Santa Madia Goretti. (Cavolo anche Suor Cristina ha più esperienza di Anastasia)

- perché non ho mai creduto agli uomini che si dipingono come “belli e dannati”, dal passato turbolento e che mentre vedono i tuoi occhi a cuoricino ti dicono “Ehy piccola, non innamorarti di me, sai da piccolo e’ morto il mio criceto, mentre mia madre ha bruciato la mia crostata preferita e fuori pioveva e io dovevo andare al mare”. Ma chi crede a storie del genere?

- perché alcune cose e’ bello farle in due. Direi al mio scheletrico o morbido Grey “ah bello, calmati…qui se si gioca, lo si fa in due. Adesso stai calmino e ascolta me”

- perché non potrei mai prendere sul serio o mostrare la benché minima attrazione per uno che si chiama come uno smacchiatore per lavatrici

Cose che mi mancano del Natale passato – parte II

In casa Leone prima dell’albero c’era il presepe.

Il presepe fu acquistato da mio padre l’anno della mia nascita. Solo anni dopo, insieme a mia sorella, avrei trasformato quel presepe in sughero in una gigantesca casa delle bambole, dove nascevano storie d’amore tra il guarda stelle e la contadinella; gli zampognari allietavano con musiche mute, lavandaie o panettieri, a seconda della nostra volontà e i Re Magi, procedevano scortati dai famosi pecoroni monchi, tanto cari a mia sorella.

I presepi però che mi mancano di più oggi, sono quelli dei miei nonni.

Ho avuto la fortuna d’avere dei nonni veri cultori del presepe.

Nonno Salvatore, iniziava la costruzione delle grotte, delle montagnole e delle case, già da metà Novembre. Tutto il paesaggio era rigorosamente fatto di carta per il pane, calce bianca e ovatta, a simular una neve che, a noi uomini e donne, bambini e bambine del Sud, era ed è quasi del tutto sconosciuta.

I personaggi del presepe di nonno Salvatore, non erano belli ma arrivavano da un passato che, anche oggi, fatico ad immaginare. Contadini, pastori, natività, animali, erano fatti in terracotta e un tempo forse erano stati anche dipinti e con tutti gli arti e le zampe a loro posto.

La notte di Natale, prima della messa, io e mia sorella, portavamo Gesù Bambino in processione per la casa, eravamo le più piccole e quella sculturina stava comoda comoda nel nostro palmo di mano di bambine.

I ricordi del presepe di nonno Salvatore hanno il suono dei canti, la luce delle stelle filanti e il profumo dei mandarini che pendevano dai rami del pino che faceva da cornice al gigantesco paesaggio.

Il presepe di nonna Aurelia invece, era il frutto della regia di una brava donna virginiana.

Nonna decideva di anno in anno, quale dei tanti nipoti, l’avrebbe aiutata nella creazione della scenografia. Nonna Aurelia aveva però nelle sue mani la regia dell’evento: angolo adibito per il presepe e quale ramo di pino era degno d’essere usato erano delle sue scelte insindacabili. Oggi posso affermare con certezza che, nonna Aurelia faceva da art director assoluta del “Natale a Casa 33”.

Il presepe di nonna lo ricordo colorato e ordinato; tutti i personaggi dovevano guardare verso la stalla di Gesù Bambino, le pecorelle abbeverassi in un piccolo specchietto tondo, che fungeva da laghetto e l’angelo, doveva reggersi in bilico tra la stella cometa argentata e la capanna di Gesù Bambino. La Madonna, San Giuseppe, il bue e l’asinello dovevano essere ben visibili da tutte le angolazioni. Inutile dirvi che l’angelo cadeva facilmente provocando spesso stragi di maialini, papere, pastorelli e lavandaie.

Il presepe di nonna Aurelia non doveva essere toccato ma contemplato, nel suo luccichio multicolor fatto di lucine e sfere in tessuto.

Ecco, del Natale degli anni passati mi mancano i presepi, i canti, i progetti architettonici bizzarri e i nonni.