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Uomini e Donne e le pari opportunità

Da qualche giorno Uomini e Donne (sì è una trasmissione che vedo. Sono una cattiva persona. Andrò all’Inferno con diavoli vestiti da tronista), accanto alle unghie finte e ai muscolieterosempreabbronzati, ha introdotto (finalmente!) il trono omo.

Un bel ragazzo (spreco della natura per noi donne etero) viene corteggiato da altri bei ragazzi (paradossalmente dall’aspetto più etero di tutti i tronisti e corteggiatori passati su quei sgabelli), lasciando fuori dallo studio le vocine in falsetto, le manine a farfallina da checche isteriche alla Enzo Miccio e gli abiti da parata del Gay Pride.

Sembrerà paradossale ma, una delle trasmissioni più trash della televisione (sempre mooolto meno di Pomeriggio/Domenica5), sta tentando una impresa che, se affidata ad altre trasmissioni impegnate, sarebbe stata fallimentare:

1. introdurre il tema della omosessualità tra un pubblico che va dalla Signora Maria al super figo palestrato, convinto di dover dimostrare tutto il suo macismo h24.
2. Dimostrare che, essere gay, non è una categoria sociale stereotipata o un fenomeno da baraccone incentrato solo su rapporti fisici e incontri casuali in discoteca.

Chapeau quindi alla Maria nazionale se, alle 15 del pomeriggio, nella tv generalista e macista, ha l’ambizione di parlare di sentimenti omosessuali.

Chapeau a Maria anche quando, proprio durante il famoso “ballo”, – uno dei classici momenti della trasmissione – decide di scende dagli scalini, di fare quei pochi passi che di solito la separano dal mondo che lei stessa ha creato, per diventare non corteggiatrice ma mamma che sussurra rassicurazioni e consigli, a quel ragazzo che ha invitato a ballare, perchè timidamente seduto sul trono consapevole che nessuno, per pudore, lo inviterà a scendere in pista.

Perché ho scelto di non fare l’insegnante.

Ho scelto di non fare l’insegnante perché ho una Laurea in Lettere indirizzo Storico-Artistico, arrivo da un tempo giurassico.
In classe, oggi, sarei come John Travolta nelle GIF che andavano tanto di moda qualche mese fa: totalmente spaesata.
Non saprei gestire lavagne elettroniche, prove INVALSI, testi con solo cinquerighecentocaratteri, mappe concettuali, slide, mancanza del libro di antologia, poca lettura, molti riassunti.

Ho scelto di non fare l’insegnante perché non lo sarei mai diventata: laureata troppo presto per essere contemporanea e troppo tardi per rientrare nei parametri di accesso a qualsiasi prova di abilitazione dal nome acronimo.
Prove che, lo confesso, forse non avrei mai superato perché sí…non riesco a ricordare la data precisa in cui é nato Tizio ed é morto Caio, non ricordo neanche la data precisa in cui é stato scritto un benedetto pamphlet, ma so “solo” perché é stato pubblicato e diffuso e a cosa poi ha portato. Non basta però per fare l’insegnante.

Ho scelto di non fare l’insegnante perché, l’idea che il tempo possa passare solo per me, mi mette ansia: una classe di alunni dalle facce diverse ma sempre giovani.

Ho scelto di non fare l’insegnante perché non basta conoscere una materia, bisogna anche saperla trasmette ed io non lo so fare.

Ho scelto di non fare l’insegnante e non sono per nulla pentita.

Lettera alla Ministra Lorenzin

Cara Ministra Lorenzin,
sono donna, etero, tra qualche giorno spegnerò 37 candeline e non ho ancora al mio attivo una gravidanza.

Le confesso che, fino allo scorso anno, non ho mai pensato alla maternità; il mio istinto materno è arrivato con una velocità degna di un bradipo e ancora oggi funziona ad intermittenza.

Non creda che non senta il ticchettio dell’orologio biologico dirmi “la menopausa è sempre più vicinaaaa…la tua ora sta arrivandooo…procreaaa…procreaaa …” (lo legga con voce da sirena, ai miei ovuli piace parlare così); tuttavia, nonostante le pressioni degli ovuli e di chi, puntualmente, mi vede come una donna a metà solo perché non sono mamma, non voglio mettermi fretta.

Pensa che sia perché a quasi 40 anni non ho ancora un lavoro degno di questo nome?
Pensa che sia perché non ho trovato il partner giusto?
Pensa che sia per una qualche forma di egoismo?

Naaaa…la realtà è molto più semplice: non mi sono riprodotta e, non so se accadrà mai, per scelta e amore.

Sì…per scelta e amore non ho messo al mondo una persona quando poteva essere il momento giusto per la mia fertilità, ma non per me o per la creatura che sarebbe arrivata. ( Notiziona: i compagni che ho avuto accanto l’hanno sempre pensata come me, perché come le ho detto, non si tratta di egoismo e la fertilità femminile è anche una questione maschile).

Per scelta e per amore molte altre donne vorrebbero diventare mamme, anche giovani, perché “la bellezza non ha età ma la fertilità sì” ma ahimè in Italia non possono.

Per scelta e per amore, altre ancora vorrebbero adottare, perché l’istinto materno quando c’è non si ferma mica davanti agli ostacoli del corpo.

Cara Ministra, prima di salutarla voglio farle un’altra confessione: se un giorno (non definito) dovessi scegliere di provare ad avere un figlio ma il mio corpo dovesse essere contrario, non mi accanirò con cure che so potrebbero mettere a dura prova la mia salute (fisica e mentale) e il rapporto con il mio compagno di vita.

Adesso la saluto Ministra Lorenzin e la prego di dare un bacio da parte mia anche ai suoi piccoli gemellini: immagino sarà difficile essere una mamma non più giovanissima.

Con affetto buon #fertilityday!

Il primo senso non si scorda mai.

“Avvicinava al naso qualsiasi oggetto. Se qualcuno le avesse chiesto di descriversi con un senso, avrebbe sicuramente scelto l’olfatto.

Da piccola era anche finita in ospedale, dopo aver annusato e aspirato, una sorpresa trovata in un uovo Kinder.

Ricordava i periodi passati della sua vita, non attraverso un calendario fatto di anni, ma di profumi. Una candela, trovata per caso in una casa a Bologna, le ricordava il profumo dolciastro del dopobarba usato da suo padre. Un mazzo di fresie gialle, le faceva tornare alla mente, casa di sua nonna durante la primavera. L’odore del pane appena sfornato, le ricordava la casa dove aveva trascorso i primi trent’anni della sua vita; mentre, il profumo della pelle di un neonato, sua sorella. L’aroma del caffè, era la sua colazione, passata con il naso nel barattolo.

Quella mattina, non poté fare a meno di prendere quel limone tra le mani per annusarlo: aveva l’odore agrodolce di quella volta che, insieme a sua sorella, nella biblioteca dei Girolamini a Napoli, scoprì un chiostro, fatto di alberi di limoni e arance…”

Sono donna. Oggi non festeggiatemi.

Non festeggiatemi solo perché ho i cromosomi XX;

non festeggiatemi perché, nel 2016, ho ancora bisogno di “pari opportunità”;

non festeggiatemi perché posso essere mamma;

non festeggiatemi perché ogni traguardo raggiunto non è la normalità ma l’eccezione;

non festeggiatemi per la mia sensibilità;

non festeggiatemi perché è giusto ricordare un (solo) giorno all’anno.

 

Non festeggiatemi. Festeggiamo domani, tutti insieme.

Così sarà una vera festa. Una vera vittoria.