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Il primo senso non si scorda mai.

“Avvicinava al naso qualsiasi oggetto. Se qualcuno le avesse chiesto di descriversi con un senso, avrebbe sicuramente scelto l’olfatto.

Da piccola era anche finita in ospedale, dopo aver annusato e aspirato, una sorpresa trovata in un uovo Kinder.

Ricordava i periodi passati della sua vita, non attraverso un calendario fatto di anni, ma di profumi. Una candela, trovata per caso in una casa a Bologna, le ricordava il profumo dolciastro del dopobarba usato da suo padre. Un mazzo di fresie gialle, le faceva tornare alla mente, casa di sua nonna durante la primavera. L’odore del pane appena sfornato, le ricordava la casa dove aveva trascorso i primi trent’anni della sua vita; mentre, il profumo della pelle di un neonato, sua sorella. L’aroma del caffè, era la sua colazione, passata con il naso nel barattolo.

Quella mattina, non poté fare a meno di prendere quel limone tra le mani per annusarlo: aveva l’odore agrodolce di quella volta che, insieme a sua sorella, nella biblioteca dei Girolamini a Napoli, scoprì un chiostro, fatto di alberi di limoni e arance…”

Sono donna. Oggi non festeggiatemi.

Non festeggiatemi solo perché ho i cromosomi XX;

non festeggiatemi perché, nel 2016, ho ancora bisogno di “pari opportunità”;

non festeggiatemi perché posso essere mamma;

non festeggiatemi perché ogni traguardo raggiunto non è la normalità ma l’eccezione;

non festeggiatemi per la mia sensibilità;

non festeggiatemi perché è giusto ricordare un (solo) giorno all’anno.

 

Non festeggiatemi. Festeggiamo domani, tutti insieme.

Così sarà una vera festa. Una vera vittoria.

Festival di Sanremo: una serenità semplice. Una serenità italiana.

Erano gli anni ’80, ero bambina e per me la finale del Festival di Sanremo era la felicità.

Non conoscevo ancora il significato di nazional-popolare; non capivo a fondo il testo delle canzoni ed ero troppo piccola per poter tifare per un cantante; Twitter non esisteva e la tv si seguiva guardandola, non leggendola.

Aspettavo la finale di Sanremo perchè era di sabato e  il giorno dopo non andavo a scuola; potevo andar a dormire tardi; mamma preparava la pizza e aspettavamo la proclamazione del vincitore tutti insieme nel lettone dei miei genitori.

Mio padre, con una complicata operazione (roba da trasloco), riusciva a trasferire la tv dalla cucina alla camera da letto e dopo averla posizionata su una sedia, sfidando qualsiasi legge di gravità, stavamo li…ad ascoltar canzoni e a sonnecchiare un po’.

Una serenità semplice…una serenità, nel bene e nel male, tutta italiana.

La mia canzone del Festival di Sanremo? Almeno tu nell’universo

Avevo solo dieci anni quando Mia Martini, cantò con tutta la sua disperata malinconia “tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo” sul palco dell’Ariston.

Avrei capito il testo solo molti decenni dopo ma da quel momento, iniziai a comprendere la necessità, senza età, di avere un punto fermo nell’universo.

In morte del cinema Armenise

La sala di un cinema per me è come una chiesa.
Forse esagero ma, una volta varcata la pesante e polverosa tenda blu, inizia un rapporto esclusivo tra me e l’odore ovattato di moquette; i discorsi sordi dei miei vicini di posto e il gioco del “chi si siedera’ dove”.

Mi piace annusare in silenzio il sapore caldo e bruciato dei pop-corn e individuare nello spazio il profumo che, per quella sera, farà da colonna sonora olfattiva al film (eh sì…per me ogni film ha un odore e spesso e’ quello del mio vicino di posto…quindi lavatevi please!).

Amo le musichette introduttive dei film, per intenderci quelle delle case di produzione; stramba come cosa lo so, ma quegli stachetti mi ricordano l’euforia dei sabati pomeriggio di quando andavo a scuola; il giorno successivo era festa, si usciva dall’ordinario e si poteva fantasticare su come sarebbe stata la giornata.

Mi diverte anche l’intervallo tra il primo ed il secondo tempo quando, meta’ sala resta al buio e, tra l’indecisione generale e l’imbarazzo per tornare a vedersi dopo un ora di penombra (come dopo un momento di intimità in una coppia), quasi tutti contemporaneamente decidono di andare in bagno ( e tutti, altrettanto contemporaneamente, decidono di tornare dal bagno proprio quando il film è appena iniziato, con conseguente sconvolgimento delle file e piedi pestati e “mi scusi” e ” non trovo più il mio posto” e “accendi il display del telefonino così almeno vediamo i numeri sulle poltroncine”).

Ecco, per me il cinema e’ un pezzo di vita che condivido con dei perfetti sconosciuti che, per un incastro di momenti, vivono con me la vita di altri perfetti sconosciuti, sia in platea che sullo schermo.

Quando chiude un cinema quindi, non è solo una sala che non c’è più ma viene a mancare anche la possibilità di incastrarsi, conoscere e fantasticare su altre storie.

Perchè non potrò mai essere Anastasia Steele

Non potrò mai essere Anastasia Steele…

- perché non potrò mai essere la protagonista di un libro che, altro non è, la copia un pizzico più hot e con una copertina più figa, di un banale e comunissimo Harmony

- perché su di me il cliché dell’uomo bello, ricco e famoso non ha mai fatto presa. A me piacciono magri magri e con uno stile “ad un passo dalla tomba” – come ama definire mia sorella questa prima tipologia o con la pancetta e in formato 3D, quelli che ti fanno sentire sempre in compagnia di un bodyguard (sono così rassicuranti)

- perché dall’altra parte della scrivania, al posto di comando, ci sarei io

- perché sono stanca dell’idea della donna sottomessa all’uomo

- perché molto mascolinamente credo che, Antonello Venditti, si sbagliava quando scriveva “non c’è sesso senza amore”. Da donna non finirei per innamorarmi del tipo che, diciamocelo, con tutti i mezzi di comunicazione, compresi i piccioni viaggiatori, ti fa intendere, neanche tanto tra le righe: “voglio solo portarti a letto”

- perché le pratiche sadomaso sono troppo per la mia indole virginiana. In quei momenti penserei a tutte le catastrofi che potrebbero accadere mentre sono bendata, legata a letto e in tutina di latex. Va a fuoco la casa, con la tutina so cavoli, quella è di plastica; un terremoto, come faccio a scappare se sono legata; una invasione di cavallette, bendata non le vedrei arrivare. Solo per fare degli esempi.

- perché se devo fare la gatta morta, sceglierei un nome più languido di Anastasia. Che so’…mi chiamerei Charlotte: francese, nobile, elegante e per nulla da porcona

- perché all’età di Anastasia non ho finto di essere Santa Madia Goretti. (Cavolo anche Suor Cristina ha più esperienza di Anastasia)

- perché non ho mai creduto agli uomini che si dipingono come “belli e dannati”, dal passato turbolento e che mentre vedono i tuoi occhi a cuoricino ti dicono “Ehy piccola, non innamorarti di me, sai da piccolo e’ morto il mio criceto, mentre mia madre ha bruciato la mia crostata preferita e fuori pioveva e io dovevo andare al mare”. Ma chi crede a storie del genere?

- perché alcune cose e’ bello farle in due. Direi al mio scheletrico o morbido Grey “ah bello, calmati…qui se si gioca, lo si fa in due. Adesso stai calmino e ascolta me”

- perché non potrei mai prendere sul serio o mostrare la benché minima attrazione per uno che si chiama come uno smacchiatore per lavatrici